Simulacro
Una delle conseguenze della mutazione postmoderna è la
creazione di nuovi simulacri. Nel suo Éloge de la simulation Philip
Queau afferma che il progresso della tecnica passa attraverso la progressiva
derealizzazione dell’uomo e l’incessante simulazione del reale. La
simulazione non è affatto il simulacro della realtà, poiché è essa stessa a
crearla (pag. 235).
Per comprendere come è mutato, in un’accezione
postmoderna, il concetto di simulacro e come possa avvenire che ad esso si
attribuisca oggi una funzione così determinante, dobbiamo risalire innanzitutto
al suo significato letterale.
La
parola simulacro deriva da un’antica radice sim-, che indica
originariamente l’uno, l’unità, e non la riproduzione, il doppio.
In
latino, e poi nelle lingue neolatine, simulacrum possiede un significato
che allude a qualcosa di ontologicamente vero e falso, nello
stesso tempo: vero nell’accezione di ritratto, immagine; immagine allo
specchio, immagine mnemonica; falso nell’accezione di visione,
fantasma; ombra, apparenza.
Come
ci ricorda Baudrillard (La precessione dei simulacri, in Simulacri e
impostura), citando l’Ecclesiaste, il simulacro non è mai qualcosa che
nasconde la verità (…). Il simulacro è comunque sempre vero!
Trattando
di simulazione, abbiamo scritto: La
parola simulazione contiene una radice illuminante, simul-: “allo stesso posto
di”, e “nello stesso momento in cui”! Simulazione e simultaneità.
Quali
migliori attributi di questi per definire la dimensione simul-ativa del nostro
tempo? “allo stesso posto di” sta a dire la sostituzione di qualcosa con
qualcos’altro (il simulacro, il virtuale, il clone …), “nello stesso
momento in cui” sta a significare informazione e tv in presa diretta, real
time!
Ma,
è forse possibile che una “cosa”, un “fenomeno”, un “individuo”
possano essere sostituiti? A prima vista, dovremmo dire che ciò è
assolutamente impossibile. Una cosa è una cosa è una cosa (vedi
originale)!
Ma come la mettiamo allora con la “riproduzione tecnica” ed oggi con la
“riproduzione artificiale”, detta clonazione?
Per
quanto attiene alla specificità del nostro corso, la “comunicazione visiva”
come e quanto muta se siamo davanti ad un “originale” piuttosto che ad un
“simulacro”, ad una “copia”, ad una qualsiasi sostituzione simulativa?
L'immagine
computerizzata non rappresenta più nulla, modellizza. Realizza sempre e solo
"modelli", o, per meglio dire, simulazioni, di ciò che noi chiamiamo
la realtà, la natura, l'oggetto: ma le immagini aventi questi contenuti sono
strutturalmente identiche a quelle che si presentano come testo di scrittura, o
di simbolo grafico, al di sopra o al di sotto dell'icona. Rivoluzionaria
constatazione: le indicazioni dei codici di campo, del righello, della struttura
dell'impaginazione, e così via, sono realizzate con lo stesso procedimento che
permette di far apparire sullo stesso monitor le immagini di un volto o di un
paesaggio. Tutto ciò che vediamo, non è altro che un'illusione visiva. La
visione è effetto di una visualizzazione. Fantasma.
L'immagine
simulativa, o di sintesi, acquista un ruolo sempre più determinante non solo
nel mondo scientifico e tecnologico, ma anche dentro l'evoluzione generale dei
sistemi di pensiero. Qui sta l'enorme e dirompente novità dell'immagine
computerizzata. Nuova immagine, a tutti gli effetti. Ciò che vediamo in questa
immagine è in realtà "pura informazione", priva di qualsiasi rumore,
di qualsiasi disturbo: comunicazione che coincide con l'informazione! Produzione
di modelli, abbiamo detto. Ma, proprio in quanto "modelli", questi
sono raramente definitivi. Pertanto non sono né veri né falsi. Sono una
“funzione”.
Per
comprendere ancor meglio la collocazione del simulacro nella cultura attuale,
dobbiamo sinteticamente ricordare quelle che sono le caratteristiche precipue
della dimensione postmoderna,
caratteristiche che costituiscono il superamento di tutta una serie di
opposizioni dialettiche, che erano state invece fondamentali dialettiche
filosofiche del moderno, quali autentico/inautentico, vero/falso,
reale/immaginario, fisico/virtuale, materiale/immateriale, originale/copia,
unicità/serie, centrale/periferico.
La
causa, ma in certi casi anche la conseguenza, di questi “cedimenti”
oppositivi è da ricercarsi in una serie di mutamenti sia teorici, sia tecnici
sia disciplinari, di importanza epocale, esprimenti, se non sempre una realtà
data, quanto meno una forte linea di tendenza:
la
complessità si è sostituita alla linearità, il rizoma alla radice e
all’albero, l’ibridazione alla selezione, il mutante al tipo, la performance
all’oggetto d’arte, la dispersione alla concentrazione, il digitale
all’analogico, il multimediale al mediale, la simultaneità al tempo, la
televisione al cinema, internet a posta, fax, telegrafo, telefono, le onde e le
fibre ottiche ai cavi di rame, la biogenetica e la chirurgia alla medicina, le
scienze neuronali alla psicologia e alla pisicoanalisi, la clonazione alla
procreazione, il bilinguismo alla monolingua, il globale al particolare,
l’imperfetto al perfetto, il virus all’identitario.
Dentro
tutto ciò, dentro questi mutamenti epocali, che possiamo sintetizzare in tre
fenomeni fondamentali, la simulazione, l’artificiale e il virologico, la
presenza inquietante del simulacro!
Non il
simulacro del dio, quale un artista “moderno” come de Chirico avrebbe potuto
raffigurare in uno dei suoi dipinti metafisici ed enigmatici, ma il simulacro
del primo uomo totalmente tecnologico.

L’enigma
dell’oracolo,
l’opera biografica più simbolicamente
complessa di de Chirico, è una rappresentazione degli arcani: l’arcano della
divinità (il dio è simulacro ermetico
al di là del telo), l’arcano della natura (il mare, il porto, la città
si aprono allo sguardo al di là della tenda), l’arcano del futuro (il manto
incrisalida l’Ulisse böckliniano): il velo
impedisce la visione perfetta del
simulacro, del mondo, del tempo. La metafisica si dispiega, come movimento, su
queste imperfezioni: il velo si
trasforma in vela, tagliata a metà
dal muraglione del porto, in L’Enigme de
l’arrivée. D’altronde il simbolo stesso è manifestazione
dell’imperfezione, essendo due parti di un’unità, che, separate, anelano di
ricongiungersi.
Il celato, il nascosto, l’occluso, il coperto: quando il
velo si fa intransitabile allo sguardo, come nell’opera di Man Ray l’Enigme
d’Isidore Ducasse, l’oggetto misterioso ricoperto da un panno e legato
dalla corda del desiderio masochista: una
macchina da cucire avvolta in un telo opaco e legata con uno spago, per
rispondere alla sfida lanciata da Lautréamont di far incontrare fortuitamente
un ombrello e una macchina da cucire su un tavolo da dissezione.
Paradosso:
nel tempo della tecnica fantascientifica, della tecnica che quotidianamente
invera la fiction, nessuna fantasia, nessun immaginario, nessun enigma.
Tutto,
come abbiamo più volte detto, è immediato, visivo, trasparente, “comunicante
visivamente”: il simulacro non si nasconde a noi, né nasconde qualcosa di
misterioso.
La
radice sim-, che è legata all’idea, come abbiamo visto, di uno,
decide il significato ultimo di simulacro: in quanto non presupponendo più il
concetto di immagine riprodotta e di copia, esso significa “immagine liberata
da un’origine e da una tradizione”.
Liberato
dalle radici, dall’origine, dalla riproduzione, il simulacro, prodotto dalla
tecnica,
è creatura.
Questa
la responsabilità della tecnica. Liberandosi dalla storia, dalla tradizione,
dall’origine, la tecnica si assume la responsabilità di iniziare un nuovo
mondo artificiale, totalmente artificiale.
Il
simulacro è il mutante, è il sintomo e il segno di una nuova entità, che
abita il cyberspace. Il simulacro è cyborg,
organismo cibernetico, protesizzatosi nell’informazione, che, come sostiene
Stelarc, integra un corpo biologico ormai funzionalmente obsoleto.
Jean
Baudrillard, nel suo libro Lo scambio simbolico e la morte (scritto nel
lontanissimo 1976), afferma che tre ordini di simulacri si sono succeduti
dopo il Rinascimento, parallelamente alle mutazioni delle leggi del
“valore”:
la contraffazione
(lo schema dominante dell’epoca “classica”, dal Rinascimento alla
rivoluzione industriale: la dimensione del teatro, della moda, dell’artificio
barocco, di cui lo “stucco”, con cui si imitano tutte le materie e tutte le
carni, diventa il simbolo efficace);
la produzione
(lo schema dominante dell’era industriale: la “produzione”, forse, mette
al mondo solo simulacri, vale a dire esseri, oggetti, segni
potenzialmente identici in serie indefinite!);
la simulazione
(l’universo dei fenomeni cibernetici).
In un
libro di poco posteriore (Simulacri e impostura, 1977-78), Baudrillard
sviluppa la tesi, che diverrà giustamente molto nota e condivisa, della
cosiddetta “precessione dei simulacri”. I simulacri precedono la
realtà. Il reale è prodotto da matrici e memorie: questo la
straordinaria intuizione. Questo tipo di reale non ha neppure più bisogno di
essere razionale, poiché è soltanto “operazionale”. Questo reale non
è, in effetti, più reale, in quanto nessun immaginario lo circonda più:
è un iperreale, prodotto di sintesi che s’irraggia da modelli combinatori
in un iperspazio senza atmosfera.
Nel
suo saggio di postfazione, e intitolato Noialtri
barocchi e Baudrillard, Furio Di Paola sottolinea l'importanza estrema
dell'analisi, di derivazione benjaminiana, delle connessioni tra tecnica e
simulacro, e, soprattutto, come abbiamo altrove detto (vedi
simulazione),
nell'elaborazione delle riflessioni sul barocco come dimensione e categoria
fondamentale della simulazione, vero e proprio "universo cool",
in cui l'unica apparenza di calore è ingannevolmente offerta dalle pratiche
persuasive della seduzione.
In
queste analisi di Baudrillard, il quale descrive con grande lucidità il
fenomeno più appariscente della simulazione postmoderna, i parchi di
divertimento della Disney Corporation, anticipando gli studi di Marc Augé sui non
luoghi (Disneyland e altri nonluoghi, 1999), tutto il nostro presente
è già delineato. La simulazione si avvale di simulacri non per ripetere il
reale, ma per configurarne uno nuovo, nel quale noi mutanti, resi noi stessi
simulativi, ci si possa trovare a nostro agio.
La situazione attuale può dar adito, come ipotizza René Berger nel
suo Il nuovo Golem. Televisione e media
tra simulacri e simulazione, al sospetto che "dopo millenni fondati
sulla tradizione, l'innovazione sia divenuta per la prima volta non l'eccezione
ma la regola", e che essa sia talmente accelerata, talmente universalmente
diffusa da autoalimentarsi al di là di ogni possibile controllo, producendo
simulacri sempre più potenti e sempre meno
governabili.
Il rischio, ma anche il fascino, dell’enorme accelerazione evolutiva
delle macchine di calcolo (perché, alla fine, tutto si riduce ad una questione
di velocità …) è quello di superare di colpo, senza soluzioni di continuità,
e senza possibilità di ritorno, il border
line della realtà stessa, entrando nel cuore (pardon, nel buco nero, nel
grande attrattore) della matrice.